Ia e salute: la sfida della tecnologia non può prescindere da regole e etica

Feb 10, 2026

Nell’ultimo periodo si parla, con sempre maggior frequenza, del ruolo dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, delle opportunità e anche della necessità di un utilizzo consapevole e responsabile. Ho deciso di prendere spunto da un interessante articolo di Avvenire scritto da Paolo Benanti, frate francescano, teologo, professore presso diverse prestigiose Università nonché presidente della Commissione sull’Intelligenza Artificiale per l’Informazione. La lettura di questo editoriale, dedicato all’introduzione di ChatGPT Health, mi ha ispirato una riflessione critica sulla differenza tra “curare” e “prendersi cura”: in particolare l’autore evidenzia come l’IA operi attraverso calcoli probabilistici e, sebbene questi algoritmi offrano il vantaggio di analizzare enormi quantità di dati clinici e di suggerire diagnosi accurate, il rischio è quello di ridurre la medicina a un’operazione matematica che non contempla la complessità umana.

Come appartenente allo staff di Gemme Dormienti, mi trovo molto d’accordo con questa analisi che pone l’accento sulla possibilità di deumanizzazione del rapporto medico-paziente, specialmente perché la presa in carico delle persone non può (e non deve) essere derubricata ad un semplice calcolo. A mio avviso, come anche per il direttivo dell’associazione, la tecnologia non sostituisce tout court la relazione né la competenza umana. Inoltre, la mera interpretazione statistica va in conflitto con il concetto di medicina personalizzata, uno dei fondamenti della nostra attività assistenziale rivolta alle donne oncologiche o affette da patologie gravi, croniche e rare.

Del resto la notizia del lancio di ChatGPT Health (a partire da gennaio 2026) ha determinato una spaccatura netta: c’è chi ha accolto con entusiasmo le potenzialità e chi, al contrario, nutre un profondo scetticismo dal punto di vista etico, metodologico e non da ultimo per la protezione dei dati sensibili (la profilazione nel lungo periodo è un aspetto ancora non del tutto chiarito). Un’altra conseguenza collaterale, non di poco conto, attiene alla perdita dell’empatia e alla pigrizia che potrebbe innescarsi in tutta la fase propedeutica al giudizio clinico.

Senz’altro questo è un tema che polarizza il dibattito, per tale ragione va anche fatto un distinguo nell’accoglienza da parte degli Stati: nei paesi in via di sviluppo, in particolare in India, l’entusiasmo supera le critiche perché la priorità è l’accesso. Per molte persone, che vivono in zone rurali dove raggiungere il medico è piuttosto complicato, ChatGPT Health potrebbe avere davvero il ruolo di “triage” immediato. Nei paesi occidentali, al contrario, è emersa una maggiore resistenza fondata sulla scarsa affidabilità dei risultati prodotti dai chatbot generalisti.

In base all’esperienza all’interno di un’associazione di pazienti, e ancora di più dopo aver frequentato l’interessante corso “Pazienti e futuro” a cura di Fondazione Mondo Digitale, non posso fare a meno di interrogarmi su come l’IA generativa entri nella quotidianità e nelle dinamiche mediche, ma anche dei pericoli concreti rispetto alle autodiagnosi, alla disinformazione sanitaria e alla reale accessibilità delle informazioni. Nicoletta Vulpetti, formatrice ed esperta di comunicazione, sottolinea: “Quando si parla di IA, ripeto sempre che lo strumento non fa il mestiere. L’IA è un alleato, certo, ma va governata con competenza e consapevolezza. Non possiamo delegare alle macchine il giudizio critico: serve presidio a monte, a valle e nel mezzo. E soprattutto, serve saper porre buone domande. Perché solo le domande giuste generano conoscenza vera. Il resto rischia di essere solo rumore”.

Ad oggi, solo i sistemi di IA validati e regolati possono entrare nel percorso di cura e trovare applicazione clinica. Questa prudenza trova piena espressione nelle Linee guida pubblicate da OMS a gennaio 2024, in particolare nelle raccomandazioni rivolte ai governi affinché definiscano gli standard per lo sviluppo e l’implementazione degli LMM (Large Multimodal Models), nonché per la loro integrazione e il loro uso nel campo della salute pubblica. In linea con questa impostazione il commento di Marco Crimi, ricercatore biomedico e consulente di telemedicina per Gemme Dormienti (Net Medicare): “ChatGPT Health rende “normale” una cosa che molti già facevano, ma alza l’asticella perché invita a basare la conversazione su cartelle cliniche e dati personali: questo può essere molto utile per l’alfabetizzazione sanitaria, prepararsi a una visita, tradurre il “medichese” e tenere insieme informazioni frammentate. Il rischio, però, è che venga percepito come un “medico in tasca”: un LLM (Large Language Model) può sbagliare in modo credibile e spingere verso autovalutazioni o decisioni fai-da-te. La partita vera, secondo me, non è l’entusiasmo o il rifiuto, ma la governance: minimizzazione e controllo del dato, trasparenza sui limiti, validazioni robuste e responsabilità chiare. Senza queste condizioni, l’innovazione non corregge le fragilità del sistema di cura ma rischia, purtroppo, di amplificarle”.

Anche Clarissa Modafferi, genetista e collaboratrice di Gemme Dormienti, si posiziona sulla stessa linea di interpretazione: ”Da medico genetista condivido l’impostazione critica dell’articolo: strumenti come ChatGPT possono essere utili come supporto informativo o comunicativo, ma non vanno confusi con strumenti clinici. I modelli linguistici non “comprendono” la biologia né il contesto del paziente, producono risposte probabilistiche e possono generare errori plausibili, particolarmente pericolosi in ambiti complessi come l’interpretazione genetica. La medicina — e la genetica clinica in particolare — non è riducibile a un calcolo: richiede valutazione del contesto familiare, gestione dell’incertezza, counseling e responsabilità professionale. Senza un chiaro quadro regolatorio, validazioni rigorose e tutela della privacy dei dati sensibili, l’IA deve restare uno strumento di supporto al medico, non un sostituto del giudizio clinico”.

Le considerazioni riportate bilanciano le tante opportunità delle nuove tecnologie nel rafforzare le competenze cliniche e migliorare i processi decisionali, senza però mettere da parte la componente sinergica e imprescindibile dei professionisti in carne e ossa. Non solo in ambito sanitario ma certo, in questo caso ancora di più! la sfida sarà sfruttare i vantaggi dell’IA senza restarne soggiogati e, soprattutto, preservando quella componente umana, insostituibile e unica che dà senso a ogni anamnesi.

Articolo a cura di Raffaella Sirena, giornalista freelance, ufficio stampa di Gemme Dormienti ETS