Il fattore V di Leiden è una delle varianti genetiche più conosciute in ambito ematologico perché rappresenta la forma più frequente di trombofilia ereditaria nelle popolazioni europee. Si tratta di una mutazione del gene F5 che rende il fattore V della coagulazione meno sensibile all’azione della proteina C attivata, un meccanismo naturale che serve a “spegnere” la coagulazione. Il risultato è una tendenza maggiore alla formazione di coaguli.
Dal punto di vista genetico, la variante può essere presente in eterozigosi o in omozigosi. Nella forma eterozigote, che è la più comune, il rischio di trombosi è aumentato ma in modo moderato e spesso si manifesta solo in presenza di altri fattori predisponenti, come immobilizzazione, interventi chirurgici, gravidanza o uso di contraccettivi estrogenici. Nella forma omozigote, più rara, il rischio è più elevato e può manifestarsi anche in età più giovane.
Eterozigosi (1 copia del gene): la mutazione è stata ereditata da un solo genitore. Il rischio di trombosi è circa 3-8 volte superiore rispetto alla media della popolazione.
Omozigosi (2 copie del gene): la mutazione è stata ereditata da entrambi i genitori. È molto più rara, ma il rischio aumenta drasticamente, fino a 50-80 volte rispetto alla media.
È importante sottolineare che molte persone portatrici del fattore V di Leiden non sviluppano mai eventi trombotici nel corso della vita. Questo perché la trombosi è quasi sempre il risultato di una combinazione di fattori genetici e acquisiti. In altre parole, la mutazione rappresenta una predisposizione, non una condanna.
Il contesto in cui questa variante assume maggiore rilevanza è quello della prevenzione. Conoscere di essere portatori può essere utile per adottare comportamenti più attenti in situazioni a rischio, come lunghi viaggi, periodi di immobilità o terapie ormonali. In ambito ginecologico, ad esempio, può influenzare la scelta del contraccettivo, orientando verso opzioni non estrogeniche.
Anche in gravidanza il fattore V di Leiden è un elemento da considerare, perché la gestazione è già di per sé una condizione protrombotica (il corpo aumenta naturalmente la capacità di coagulazione per prevenire emorragie durante il parto). Nella maggior parte dei casi, soprattutto nelle portatrici eterozigoti senza storia personale di trombosi, la gravidanza procede normalmente, ma può essere indicato un monitoraggio più attento o, in situazioni selezionate, una profilassi. In condizione di gravidanza è comunque consigliato di consultare un medico ematologo per monitorare la coagulazione e valutare in che modalità seguire una terapia a base di eparina.
Dal punto di vista clinico, il test per il fattore V Leiden non è uno screening di routine per tutta la popolazione, ma viene richiesto in presenza di eventi trombotici, familiarità significativa o in contesti specifici come aborti ricorrenti o pianificazione di terapie a rischio.
In sintesi, il fattore V di Leiden è un esempio chiaro di come una variante genetica possa influenzare il rischio di malattia senza determinarla direttamente. La sua importanza non sta tanto nella diagnosi, quanto nella gestione consapevole del rischio, integrando il dato genetico con la storia clinica e lo stile di vita della persona.
Articolo a cura della genetista Dott.ssa Clarissa Modafferi
