In Italia, il tumore ovarico è tra i 10 tumori più comuni nelle donne, colpendo circa 6 mila donne ogni anno, secondo i dati del rapporto “I numeri del cancro in Italia 2023” a cura dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) e dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).
La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è di circa il 43%, un dato che riflette la difficoltà di diagnosi precoce, dal momento che molti casi vengono identificati quando ormai la malattia è già in fase avanzata. Tuttavia, i tassi di mortalità sono in diminuzione grazie all’introduzione di nuove e più efficaci strategie terapeutiche.
Tra i principali fattori di rischio per il tumore ovarico vi sono l’età (la maggior parte dei casi viene diagnosticata tra i 50 e i 69 anni), l’obesità, la durata del periodo ovulatorio (menarca precoce o menopausa tardiva).
Le mutazioni ereditarie nei geni BRCA1 e BRCA2
Un altro fattore di rischio significativo è rappresentato dalle mutazioni ereditarie nei geni BRCA1 e BRCA2, che sono alla base della sindrome ereditaria seno-ovaio. Secondo l’American Cancer Society, circa il 25% dei tumori ovarici è associato a sindromi oncologiche familiari, ossia mutazioni genetiche trasmesse ereditariamente.
Il rischio di sviluppare un tumore ovarico è di circa l’1-2% nella popolazione generale, ma può salire fino al 39-44% per le donne con mutazione di BRCA1 e al 11-17% per quelle con mutazione di BRCA2.
Terapia farmacologica
I PARP inibitori (Poly(ADP-ribose) polymerase inhibitors) sono una classe di farmaci che agiscono bloccando la capacità delle cellule tumorali di riparare i danni al DNA, risultando particolarmente efficaci nel trattamento del tumore ovarico, soprattutto nelle pazienti con mutazioni nei geni BRCA1 o BRCA2.
Le mutazioni in questi geni rendono le cellule tumorali più vulnerabili agli inibitori PARP, poiché compromettono la loro capacità di riparare il DNA danneggiato. Nel trattamento del tumore ovarico, i PARP inibitori come olaparib, rucaparib e niraparib hanno mostrato significativi benefici nel migliorare la sopravvivenza libera da progressione, ovvero il periodo in cui il tumore non cresce o si diffonde.
Questi farmaci sono approvati per il trattamento del tumore ovarico avanzato, soprattutto dopo una risposta positiva alla chemioterapia iniziale, e possono essere utilizzati anche come terapia di mantenimento per prevenire la recidiva.
L’introduzione dei PARP inibitori ha rappresentato un importante progresso terapeutico, offrendo alle pazienti trattamenti più mirati e meno tossici rispetto alla chemioterapia tradizionale.
Articolo a cura della Dott.ssa G. Gentile (Oncologa)
