La chemioterapia rende sterili?

Mar 1, 2024

Alla prima diagnosi, la prima cosa che ho fatto è stata digitare su Google “la chemioterapia rende sterili?”. E mi si è aperto un mondo. Ero piccola, molto piccola, troppo piccola. Eppure, vai a capire perché, ragionavo in termini di fertilità. Quasi come un istinto più che un desiderio. Avevo quella paura là, non di perdere i capelli, non di assumere un colorito verdognolo, non di non poter uscire con gli amici. Ma la paura di non riuscire ad avere un figlio dopo la chemioterapia e la radioterapia. Si parla del 2008. Un periodo arcaico se si ragiona in termini di progresso medico, dove tutto corre, si evolve e in pochi anni le terapie per la cura di un linfoma di Hodgkin hanno subito vari cambiamenti con lo scopo di ridurre – quanto più possibile – gli effetti collaterali legati alle cure.

Non solo guarire, ma anche poter avere figli

Nel periodo della mia prima malattia le cure erano una bomba (e di conseguenza gli effetti collaterali) e non esisteva o si parlava molto poco (e male) di conservazione e preservazione della fertilità. Era un percorso farraginoso e poco battuto e il fattore temporale, ovvero la tempestività con la quale si iniziavano le cure, era estremamente rilevante. Oggi il livello di sensibilità rispetto all’esigenza del paziente e, più nello specifico della donna, è migliorato. Non è adeguato, ma è migliorato: è ovvio che il desiderio primario del paziente sia quello di guarire, ma è altrettanto normale che la guarigione debba essere guidata dalla speranza, dalla visione del futuro e dal desiderio di avere un “dopo” luminoso, oltre la malattia.

Il tumore al seno

Nel periodo della mia seconda malattia, molto recente e in cui non sono più piccola, ho condiviso il mio corpo con un tumore al seno che con ogni probabilità (e con una buona dose di sfiga) si è sviluppato di conseguenza alla radioterapia che avevo effettuato per curare la mia prima malattia. È un po’ grottesco, se ci si pensa bene. Oltre ad essere evidente che la statistica non sia dalla mia parte.

Quando ho smesso di chiedermi se la chemioterapia rende sterili

Stavolta però non ho digitato su Google “la chemioterapia rende sterili”, perché è stata direttamente la mia ginecologa, una dottoressa dell’Associazione Gemme Dormienti, a informarmi e a coinvolgermi in modo tempestivo nel percorso di preservazione della fertilità. C’è da dire che dopo il 2008 ai figli non c’ho pensato più tanto. Incredibile come un desiderio così lucente a 23 anni si sia affievolito nel tempo.

Chissà. Forse ho avuto altre priorità, forse ho avuto talmente paura di desiderare qualcosa per poi fallire che si è generato una sorta di rifiuto o forse, più banalmente, ho incontrato uomini con i quali non ho sentito nella pancia quel desiderio scintillante. A dire il vero ci ho provato. E sono rimasta incinta due volte e praticamente al primo colpo; nonostante le gravidanze non siano andate bene (e nemmeno il mio matrimonio) posso dire di aver tirato un sospiro di sollievo: fertile ero fertile, poco ma sicuro.

La crioconservazione degli ovociti

Quando la dottoressa mi ha proposto di intraprendere il percorso di crioconservazione degli ovociti (ovvero dopo la diagnosi di tumore al seno, dei due aborti spontanei e dell’ingresso del mio matrimonio nel periodo di crisi che poi ci ha portati ad una inevitabile separazione) ci ho visto un che di Karmico.

Era il periodo del primo Covid e le difficoltà erano enormi: il fatto che fosse tutto così difficile e complicato mi è parsa una vera e propria avventura necessaria al mio risveglio.

Libera di scegliere

E così è stata una vera e propria avventura fatta di viaggi e miraggi, di mascherine messe sopra ad altre mascherine, amuchina, notti in albergo a mangiare sushi nel letto, passeggiate gelide a notte fonda e incontri con medici scorbutici che mi hanno aiutata a rendermi libera. Libera dalla pressione di non riuscire, ma anche dalla paura di non avere. Libera dal pensiero di dovere, avendo oggi, a disposizione un piano B. Oggi non ho figli. Non ho un matrimonio e non ho idea di quello che succederà nella mia imprevedibile e coraggiosa vita. Tuttavia sono sana e questa non è una cosa da poco.

Un piano B in freezer

E ho un Piano B in un freezer a meno 196 gradi sottozero. C’è da dire che spero funzioni il piano A. Ma se le cose dovessero andare diversamente, avrò il grande lusso di poter scegliere. E anche questa non è una cosa da poco!

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